Quando ciò che ha funzionato non basta più

Quando ciò che ha funzionato non basta più

Il rischio nascosto dell’inerzia aziendale

Quando vengo coinvolta in un intervento di consulenza direzionale, raramente il problema coincide con un crollo improvviso.

Più spesso trovo aziende che hanno continuato a lavorare, a produrre, a vendere, a generare risultati apparentemente accettabili, senza che venisse davvero messo in discussione il modo in cui quelle performance venivano costruite.

Il punto non è che mancassero impegno o competenza.

Il punto è che, finché il contesto ha retto, molte inefficienze sono rimaste invisibili.

  • Consumi di risorse cresciuti senza una reale verifica di sostenibilità.
  • Processi rimasti immutati perché, in fondo, hanno sempre funzionato.
  • Analisi ripetute nel tempo sempre con la stessa logica, utili a descrivere ciò che è successo, molto meno a capire ciò che sta cambiando.

È in questa zona che nasce uno dei problemi più delicati per una piccola e media impresa.
                L’inerzia.

L’inerzia organizzativa è pericolosa perché non si presenta come un errore evidente.
Si presenta come normalità:

Si continua a fare ciò che si è sempre fatto.

Si difendono modelli che per anni hanno dato risultati.

Si razionalizzano margini peggiori attribuendoli solo al mercato, alla congiuntura, alla pressione competitiva, ai clienti, ai fornitori, ai costi esterni.

Tutte spiegazioni possibili.
A volte corrette.
Ma non sempre sufficienti.

Quando il contesto cambia, il primo rischio non è perdere subito il controllo.
Il primo rischio è accorgersene troppo tardi.

Ciò che ha funzionato in passato merita rispetto, perché spesso ha costruito l’azienda.
Ma proprio per questo va letto con lucidità.

Difendere ciò che ha funzionato non può significare trasformarlo in un dogma.

In molti casi il nodo non è fare di più.
Non è nemmeno fare di meno.

Il nodo è cambiare il modo in cui si legge la realtà aziendale.

Per questo, in alcuni interventi, il primo passo non è stato né il taglio dei costi né la rincorsa ai volumi.

Il primo passo è stato rivedere il sistema informativo:

  • Rendere visibile dove il valore viene creato
  • Rendere visibile dove il valore viene distrutto.
  • Distinguere ciò che genera redditività da ciò che assorbe risorse senza produrre ritorno adeguato.
  • Capire quali clienti, prodotti, mercati o processi stanno sostenendo l’equilibrio dell’impresa e quali invece lo stanno erodendo.

Solo dopo questa chiarezza diventa sensato intervenire sulle leve.

Ad esempio sui prezzi, rileggendoli  per mercato, per segmento di clientela, per prodotto.
Oppure sui processi, quando risultano incoerenti con il nuovo livello di complessità.
Oppure ancora sui criteri di analisi, quando continuano a produrre dati ma non informazioni utili alla direzione.

Disporre di numeri, infatti, non basta.

Serve un modello di lettura capace di collegare i risultati alle loro determinanti.

Perché il problema non è soltanto sapere che il margine si è ridotto.
Il problema è capire se si è ridotto per effetto di scelte commerciali, di mix, di inefficienze operative, di costi non governati, di complessità mal gestita o di un sistema di offerta che nel frattempo ha perso coerenza rispetto al mercato.

Fino a quando questa lettura manca, l’impresa rischia di reagire in modo istintivo.
Taglia dove vede costo.
Spinge dove vede fatturato.
Difende ciò che conosce.

Ma reagire non coincide con governare.

Governare significa leggere in anticipo i segnali, riconoscere che il contesto non è più quello di prima e accettare che anche gli strumenti di controllo, come tutti gli strumenti aziendali, abbiano un ciclo di vita.

Arriva un momento in cui non basta più confermare il passato.
Bisogna costruire una lettura nuova.

Farlo in tempo non significa rinnegare ciò che è stato costruito.
Significa proteggerlo nel solo modo possibile: mettendolo nelle condizioni di reggere il cambiamento.