Non rottamo il costo standard. Lo uso per quello che serve
Non rottamo il costo standard. Lo uso per quello che serve

Per anni si è parlato del costo standard come di uno strumento da superare.
In molti casi è stato trattato quasi come un residuo del passato, da abbandonare in nome di modelli più moderni, più dinamici, più aderenti alla complessità reale delle aziende.
Io non la vedo così.
Il punto non è rottamare il costo standard.
Il punto è smettere di chiedergli quello che non può dare.
Il costo standard non è la verità economica assoluta del prodotto.
Non è, da solo, lo strumento che spiega tutta la complessità dei costi indiretti. Non è neppure la risposta universale ai problemi di pricing, di efficienza o di marginalità.
Ma da qui a dire che va buttato via ce ne passa.
Quando è costruito con criterio, il costo standard continua ad avere una funzione molto precisa e molto utile: offrire un parametro di riferimento.
Un termine di paragone.
Il costo standar è il livello atteso rispetto al quale leggere scostamenti, verificare tenute, misurare deviazioni, individuare segnali.
Ed è proprio qui che, secondo me, mantiene tutto il suo valore.
Se lo si usa come strumento parametrico, il costo standard non confonde.
Al contrario, chiarisce. Non pretende di rappresentare tutto, ma aiuta a capire dove qualcosa si sta muovendo rispetto a un assetto ritenuto normale, coerente o obiettivo.
Il problema nasce quando gli si attribuiscono troppe funzioni insieme.
Se vogliamo usarlo per valorizzare le rimanenze, per fare pricing, per giudicare l’efficienza, per assorbire costi indiretti sempre più articolati, per spiegare la redditività reale e per guidare decisioni strategiche, allora sì, il sistema si irrigidisce e perde efficacia.
Ma questo non significa che lo strumento sia sbagliato.
Significa che va ricollocato.
Io non rottamo il costo standard. Lo uso nel giusto contesto.
Lo uso quando mi serve una base omogenea di confronto.
Lo uso quando devo leggere gli scostamenti.
Lo uso quando voglio distinguere ciò che era atteso da ciò che è realmente accaduto.
Lo uso quando mi serve un riferimento tecnico, non una verità totale.
In altre parole, gli riconosco una funzione parametrica e indicativa.
Parametrica, perché definisce un riferimento.
Indicativa, perché segnala.
- Non esaurisce l’analisi, ma la rende possibile.
- Non sostituisce altri strumenti, ma li affianca.
- Non elimina la complessità, ma impedisce che la complessità diventi alibi per non misurare nulla.
In conclusione
Oggi più che mai le aziende hanno bisogno di strumenti letti per la loro funzione reale, non per etichetta.
Il costo standard, usato male, può diventare fuorviante.
Usato bene, resta invece un presidio utile del controllo di gestione.
Non lo rottamo, quindi.
Lo rimettiamo al suo posto.
Ed è proprio lì che continua a funzionare.
- Target costing and how to use it (Miciharu Sakurai)
- Programmazione controllo in ottica strategica (Bergamin Barbato)
- I sistemi di rilevazione dei costi a valori standard: potenzialità e vincoli (Gianluca Meloni e Emilio Galbiati – SDA Bocconi Schol of Management)